
Gli indiani di Codelago e l'elogio della noia
Qualche anno fa scendendo dalla Bocchetta d’Arbola (2409 m) che collega la valle Svizzera di Binn a Pianboglio e Codelago, sopra l’Alpe Devero, nell’alto Piemonte, vidi da lontano e controluce (era l’alba) una donna camminare e sparire fuori traccia. Aveva i capelli mossi, passo spedito e niente zaino. Era estate. Andavo verso il Rio d’Arbola e fui certo si trattasse di una persona che lavorava all’Alpe Forno: “una Matli”, pensai (allevatori e casari di Premia che gestiscono da anni l’alpe, n.d.r.). Negli anni a venire, tra giugno e ottobre, mi è capitato sovente di vedere una canoa tagliare le acque di Codelago nel silenzio. Quella canoa tornerà questo mese di giugno, come certi uccelli migratori che non mancano mai l’appuntamento. Può essere l’amico Paolo, guida alpina e guardiano della diga, ma spesso si tratta del Carlo e della Rosi. A volte di uno solo dei due.
Li si vede remare con gesto regolare e armonioso, lasciando nell’acqua una flebile scia che subito sparisce. Lei ha gli stessi capelli mossi della persona che vidi quel giorno d’estate.
Il Carlo e la Rosi per me sono gli “indiani di Codelago”. Non so da dove vengano, forse da Trento, forse dalla Val Camonica, ma non sono così sicuro che sia importante saperlo. Tempo fa hanno ristrutturato una baita di proprietà del demanio, sulle sponde del Lago di Devero. D’inverno, per lavoro, fanno i maestri di sci a Madonna di Campiglio. D’estate si dedicano a se stessi e diventano gli indiani del Devero, di Codelago per la precisione. La baita l’hanno rimessa a posto utilizzando le pietre che ci sono lì attorno, portando a spalla qualche sacco di cemento. Per la corrente elettrica, giusto per la luce, hanno un pannello solare. Il fuoco nel camino per le giornate più fredde e umide.
Fuori, parcheggiata sulla riva, la canoa “utilitaria”. Su quella povera (ricchissima) spiaggia erbosa alcuni fili per la biancheria, un totem, qualche stoviglia. Un paio d’anni fa il Carlo ha provato a farsi la birra, scambiando le ricette con il “vicino di casa” Paolo, il guardiano. "A bere l’acqua pura della fonte si va continuamente in bagno: se non altro con la birra ti resta qualche sale minerale" - mi diceva mentre brindavamo con la sua doppio malto e mi raccontava di quella stagione, dei lavori che ci sono sempre da fare, del fatto che ogni anno tutto si ripete come prima. E che si sta così bene ad “annoiarsi in pace”.
Lorenzo Scandroglio (lorenzo.scandroglio@gmail.com)
Manifesto del fu-turismo
Noi crediamo che il silenzio, lo spazio spopolato, il piccolo villaggio, la valle remota, l’alpeggio abbandonato, l’osteria spartana, il bivacco in quota, la montagna nuda, l’ospizio agostiniano, la sobrietà montanara, siano la ricchezza delle Alpi di domani. Cose di ieri, anzi, cose di sempre, che sorgono all’orizzonte come il sole dell’avvenire.
Crediamo che là dove non c’è niente in verità ci sia tutto. Non sono tanti i luoghi dell’Alto Mondo ancora incontaminati e chi ce li ha, a volte, invece di vedere un tesoro, lamenta l’assenza di impianti, di strutture, di divertimenti, di disney – cabine, di brum brum slitte, di slot machine. Recentemente sulle mappe delle Alpi sono comparse delle aree, volute dalla Comunità Europea, denominate ZPS e SIC. Acronimi che stanno per Zone di Protezione Speciale e Siti di Interesse Comunitario. I montanari si dividono e non tutti vedono in esse delle opportunità, un marchio di qualità, un patrimonio dell’umanità da valorizzare, anche da “vendere” (in senso buono), comunicando che lassù, sui loro monti, ci sono specie animali tante come non se ne sono mai viste, e persino certe che, quando ci sono, indicano che la qualità dell’aria è migliore (“indicatori biologici” li chiamano, appunto).
Alcuni però lo sanno che l'economia dell'Alto Mondo oggi, insieme a quello su cui è ruotata per secoli la vita in montagna, insieme al formaggio e alla cura delle bestie, può aprirsi a un turismo diverso, non più di massa, non più di grandi messe, non più di rapina, non più di toccata e fuga, non più di case che si aprono e luci che si accendono come nei plastici dei presepi per chiudersi e spegnersi alla fine delle feste, ma di inedite comunità integrate di montanari e nuovi venuti, di pellegrini del terzo millennio che si muovono in punta di piedi ad ascoltare il silenzio e a fotografare l’immenso, a osservare e a imparare dalla natura, di scialpinisti che salgono in pelle di foca e scendono sibilando curve nella polvere, di arrampicatori che scalano a contatto con la roccia, di rifugi e bivacchi, di camminatori che sostano a tagliare il pane sul tavolo di pietra delle baite che resistono. Secondo quanto sostiene un originale studioso della montagna, il tedesco Werner Bätzing, è “nello sviluppo ponderato e nella valorizzazione di aree spopolate il futuro per le Alpi. In una possibile localizzazione di attività tipiche dell’era postindustriale, le Alpi possono trasformarsi non solo in una disordinata arena per il tempo libero, ma in un autentico spazio per vivere”.
Lorenzo Scandroglio (lorenzo.scandroglio@gmail.com)
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8 marzo, Wild Roses
La quinta puntata di Cose dell’Alto Mondo esce apposta l’8 marzo in polemica con la festa della donna e con una certa malintesa idea di parità. Fra le iniziative politiche più strambe degli ultimi anni vi è stata quella delle cosiddette “quote rosa”, la parità dei sessi imposta per legge. Parità numerica, si badi bene, mica culturale: in sostanza la legge ha imposto un equilibrio numerico fisso fra uomini e donne. Fossi stata donna mi sarei sentita come il panda del wwf. Ma come? Se ci hanno sempre detto che ci sono molte più donne che uomini e che le prime campano persino di più! E se poi ci fossero più donne meritevoli che si fa, ci si ferma al fifty fifty perché lo dice la legge? In Svezia l’hanno capito che la filosofia della parità quantitativa è stupida: così i consigli di amministrazione sono a maggioranza composti da donne, o meglio, dalle persone più in gamba che, per caso, senza imposizione di legge, sono donne.
Recentemente in Italia si è deciso che donne e uomini debbano andare in pensione alla stessa età. Ma le donne che partoriscono e che si sobbarcano lo svezzamento iniziale dei propri figli? Non sarebbe intelligente prevedere uno sconto proporzionato? Che so io, 2 anni per ogni figlio fino a un massimo di 6 anni. Se l’età pensionabile è a 65 anni e una donna ha avuto 2 figli, dovrebbe potere andare in pensione a 61 anni. Allora sì che si potrebbe parlare di parità. Insomma, la parità qualitativa è un’altra cosa rispetto alla filosofia delle “quote rosa”.
La verità è che le donne sono rose selvatiche, toste e coriacee, che hanno fatto e continuano a fare molto più di quanto non dica la storia ufficiale, quella che compare nei documenti, sempre stilati dagli uomini. E anche qui, ora, è un uomo che scrive. Con la sua parte femminile però, a cui dà molto ascolto. Il linguaggio delle donne, in passato, era quello orale, volàtile ma vivo. Eppure, non solo in presunte epoche e luoghi nei quali vigeva il matriarcato, ma sempre, hanno contribuito in maniera determinante a indirizzare le sorti della civiltà. Le donne del villaggio walser di Agaro, in alta Val d’Ossola fumavano la pipa, e non per scimmiottare una qualche forma di virilità come nei dettami di certo femminismo ideologico, ma semplicemente perché a loro piaceva. Un esempio di cui sono piene le terre alte dove, per smussare le spine delle rose, usava una deprecabile caccia alle streghe (le “strìe”, come le chiamano in molti dialetti alpini). Ma anche un’immagine simbolica che rivela una parità diversa da quella delle leggi (necessaria ma non sufficiente) e che si realizzava in una [continua] complicità e solidarietà fra donne attraverso la quale il mondo, anzi, la madre terra, ha potuto mantenere un saldo baricentro. Ben più di quanto non immaginiamo.
Lorenzo Scandroglio (lorenzo.scandroglio@gmail.com)
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L'età di un Angelo
Niente a che vedere con temi metafisici o con la possibile eternità di certe figure alate. In ogni caso il personaggio di questo racconto, assolutamente vero, sembra avere moltissimi anni. L'Angelo in questione vive a Monza e, nel tempo libero, si dedica all'alpinismo. Si sa: la gente che va in montagna, specie in alta quota, è strana. C’è una storia, fra le tante, che mi ha colpito recentemente. Me l’ha raccontata un’amica guida alpina.
A inizio estate riceve una telefonata da un commercialista di Milano: “Salve, vorrei andare al Pizzo Bianco e verrei con altri due amici”. Quel fine settimana si trovarono tutti e quattro, guida e clienti, e salirono al rifugio Zamboni Zappa, sopra Macugnaga. Dopo aver cenato, l’Angelo, uno degli amici del commercialista, andò a prendere lo zaino ed estrasse due bottiglie di buon rosso (una rara Bonarda ferma). “E’ il mio compleanno – disse versando il vino nei bicchieri - e si deve festeggiare!”. Brindarono, estesero il brindisi ai presenti, scambiarono un po’ di battute da rifugio che, è noto, spaziano dalle imprese di Bonatti all’avvenenza della rifugista (se ce n’è una), e andarono a dormire felici. L’indomani fecero la vetta e non mancarono di rimpinguare con un sorso di grappa i festeggiamenti per la cima senza dimenticare un ulteriore tardivo cin per l’anno in più dell’amico. Fin qui tutto normale. Se non che, un mese dopo, i tre si rifecero vivi chiedendo alla guida di accompagnarli alla Capanna Margherita (Punta Gnifetti) e alla Zumstein, sempre sul Rosa, stavolta da Alagna Valsesia. La sera cenarono al Rifugio Mantova, nella nuova sala ristorante, a 3300 metri. Quando arrivarono al dolce e l’Angelo andò a prendere due bottiglie di rosso spiegando che bisognava festeggiare il suo compleanno, la nostra guida non dubitò più che i tre fossero degli originaloni. “Ma quante volte lo festeggi il compleanno?”, chiese all’Angelo l’indomani al Colle del Lyss. “Eh dipende… quando il Marco se la sente!”.“Cosa significa quando il Marco se la sente – ribatté la guida -, cosa c’entra il Marco coi tuoi compleanni?”. “C’entra c’entra. E’ lui che fa lo sherpa delle bottiglie. Lui le trasporta nello zaino e questo costituisce il regalo. Se non se la sente, niente compleanno…”.
Insomma, se in certi mondi fantastici, nel “paese delle meraviglie”, si festeggiano i non-compleanni, nell’Alto mondo (e non sarà un caso), c’è chi li compie tre o quattro volte in pochi mesi. Tutti gli anni. Ce ne fu un altro di festeggiamento infatti, alla Weissmies, a fine estate.
Lorenzo Scandroglio (lorenzo.scandroglio@gmail.com)
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In quota
La poesia della montagna è rara, specie quella che fa della montagna non un semplice sfondo, una quinta di scena, ma un'esperienza. La storia della letteratura italiana, fin dalle origini, ci mostra un ampio catalogo di monti e colline dell'anima, allegorie utilizzate non per dire della salita e della vetta, ma altro: le fatiche e i pericoli sulla via che porta alla luce del bene. Dal Monte Purgatorio di Dante al Ventoux di Petrarca, dall'ermo colle di Leopardi al Dente del Gigante di Carducci, dalla Piccozza di Pascoli alle mistiche vette di Rebora, l'ascensione reale cede il passo all'ascesi, l'esperienza alla contemplazione. Furono i monti orfici (da "I canti orfici") di Dino Campana a fare il loro ingresso nella letteratura con concretezza di cosa viva, indissolubilmente intrecciati alla biografia dell'autore, tanto da rendere necessario percorrerli a piedi per comprendere a fondo l'opera (si legga, a questo proposito, "I monti orfici" di Giovanni Cenacchi). E oggi? Oggi sono pochi ad azzardare la via evocativa, apparentemente vaga, del verso in quota. Fra questi Paola Loreto, poetessa assidua frequentatrice (per motivi professionali) degli autori americani per i quali la parola poetica è inconcepibile se non ancorata all'esperienza, a una forma di autenticità conferita dal vissuto. Cose dell'Alto Mondo incontrate per via:
Se salgo
Mi aiuti a rarefarmi
a essere corpo e aria insieme
a innalzarmi coi piedi nella terra.
A non sentire il peso, l’affanno, il male.
A essere occhio, orecchio, epidermide
sollecitata, organo di gusto e voce.
Vuoto e pieno. Assente, ridente.
Materia di materia che non è materia
ma solo se stessa: offerta alla luce del sole
assenza di pensiero senso significato. [continua]
***
Lembo di lago
Vedi come incontra l’acqua la roccia,
che le si getta dentro, come se ci
fosse sempre stata. Come se fosse
sua, e lei viva. E non si chiede cosa
viene domani, se tira il vento e
increspa la superficie e sciaborda
scaglie a riva. O se tutto resterà
perfettamente fermo, liquido,
e il silenzio assoluto.
(le poesie fanno parte della raccolta "In Quota" di Paola Loreto, in uscita nei primi mesi del 2012 per i tipi di Interlinea).
Lorenzo Scandroglio (lorenzo.scandroglio@gmail.com)
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Fahreneit 451
Recentemente la TV ha riproposto il film più anti televisivo della storia: Fahrenheit 451 (temperatura a cui brucia la carta) di Truffaut. Tratto da un romanzo di Ray Bradbury, costituisce il nostro manifesto ideale. In sintesi la pellicola racconta di un'ipotetica società futura nella quale i libri vengono messi al bando perché suscitano emozioni, le quali sono potenzialmente eversive per l'ordine costituito. Qui i pompieri non spengono gli incendi ma li appiccano: devono bruciare i libri e arrestare chi li nasconde. Solo la televisione è ammessa, anzi incentivata.
Ai margini delle città è in atto una resistenza: quella degli uomini-libro che imparano i libri a memoria per salvarli dall’estinzione. I loro nomi di battaglia sono quelli dei libri che imparano. Montag, il protagonista, pian piano si innamora dei libri e di una "resistente", passando così da una brillante carriera da pompiere e da una moglie tutta psicofarmaci e televisione, alla foresta degli uomini-libro.
Ecco, nel contesto diversissimo e identico del nostro tempo, questa è anche la nostra (r)esistenza: si consuma ai margini delle città, rispondendo alla chiamata della natura, nei modi non necessariamente radicali e fallimentari del Supertramp di Into the wild (titolo di un bel libro di Jon Krakauer su cui è basato un film di Sean Penn), ma pur sempre come esigenza di un "passaggio al bosco", come scelta di stare ai margini della civiltà dei consumi adottando uno stile di vita sobrio, dove la lettura (silenziosa o corale) prende il posto del frastuono dei mass-media, dove l'andare in montagna costituisce, insieme, una dimensione sportiva e formativa, dove la piccola comunità in cui le persone hanno dei nomi è preferibile alla massa dei numeri anonimi. Questo e altro ancora suggerisce oggi Fahrenheit 451, così attuale, così inattuale...
Lorenzo Scandroglio (lorenzo.scandroglio@gmail.com)
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Nell'ombra, lontano dalla cronaca
Ci sono esseri umani che vivono nell’ombra e, da lì, con il loro stesso esistere, fanno da baluardo alle brutture e al male. In alcuni casi non solo (r)esistono nelle pieghe nascoste fra le montagne diventandone spiriti benigni di protezione, ma irradiano luce, con l’esempio. Norma io non l’ho mai incontrata, ma la “sento” da lontano. So di lei da un’amica che le vuole bene. So che ha poco più di quarant’anni, che vive sola, di allevamento, di prodotti caseari, di latte e della carne delle bestie macellate quando è il momento.
Fa base a Bugliaga, comune di Trasquera, nell’ossolana Val Divedro, un piccolo borgo di case sulle balze boschive vicine al confine italo svizzero del Passo del Sempione, sopra al Lago Maggiore. Una volta ho fatto una corsa a perdifiato là, nell’imminenza di un temporale, e ho trovato i suoi attrezzi da lavoro fuori casa, un mastello con dell’acqua, oggetti di vita quotidiana, la porta semiaperta, la sua presenza evidente... ma non l’ho vista. Una persona, a dispetto del nome, fuori dalla norma, che non ha mai fatto nulla per farsi conoscere e nulla mai farà, tanto che queste parole quasi stonano: per chi vive protetto dall’ombra, le luci dei riflettori sono come la peste. E non è per farne leggenda che ne parliamo. Sarebbe come tradire lo spirito della persona e il senso di questo scritto.
Ne parliamo perché questi esempi, di cui sappiamo esserci altri rari casi in Val Camonica, in diverse valli dell’arco alpino e nel mondo - giacché l’ombra li nasconde - sono una prova: la prova che non esistono solo la manovra, le escort di stato, le intercettazioni telefoniche, le speculazioni finanziarie, ma anche la vita reale, il sacrificio, la capacità di vivere di poco e di immense gioie discrete. Persone che vivono così, discoste, in qualche modo ci incoraggiano ad andare avanti e più in alto. Non sappiamo di loro solo perché la bellezza non fa cronaca. Ma esiste.
Lorenzo Scandroglio (lorenzo.scandroglio@gmail.com)
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